I CIBI SBIANCATI
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Il consumatore è un re, biogna fare il possibile per tentarlo. Non è tanto la sua salute che importa. quanto il suo potere d’acquisto. Niente è troppo bello per ui, ma tutto è abbastanza buono.
La massaia guarda con ammirazione la bella farina candida che le servità per fare un dolce, per perparare una salsa, per infarinare il pesce. Fa scorrere fra le ditail ber riso bianco e lucido, insaporisce con lo zucchero immacolato la sua macedonia di frutta, taglia il pane bianco il cui candore la fa gioire. Questi sono gesti aggraziati di una avvelenatrice. E’ evidente che lei lo gnora. Questa apparente purezza che l’affascina e che esige quando compera, è stata ottenuta industrialmente con operazioni di raffinamento, con gli agenti chimici di sbiancamento di maggiore o minore tossicità. Il pericolo può apparire minimo, e lo sarebbe se si mangiasse non più di mezzo chilo di pane al mesee se a esso non si aggiungesse lo zucchero raffinato e tutti gli altri alimenti raffinati, decolorati e poi ricolorati, come l’olio o il burro.
Si produce allora in noi un processo di avvelenamento che si ccumula lentamente, infido e insidioso. Il tempo, poi, lavora a nostro danno.
Ci sono considerazioni anche più importanti: così snaturati, questi prodotti diventano alimenti morti, incapaci di arricchire la nostra vita, la nostra salute. Per esempio, del riso bianco non resta altro che amido, senza i principi vitali più essenziali. 
Privato della panna e del siero, il latte perde gran parte delle sue qualità. I principi vitali dei grani oleosi dai quali derivano i nostri olii da tavola passano, per mezzo di solventi, nei composti che sono destinati all’alimentazione del bestiame: ciò permette di “forzare” la produzione di latte. E questo dimostra purtroppo che per noi è persa la loro efficacia. Ecco perchè bisogna esigere olii vergini di prima spremitura, che non siano stati riscaldati nè separati da nessuna delle parti che li costituiscono.

 Tratto da: 
il libro della salute Bircher-Benner

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